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Uno dei temi che più preoccupa i genitori è la motivazione: “Perché mio figlio non ha voglia di studiare?”.
La psicologia ci offre una prospettiva diversa: la motivazione non si impone, si coltiva.
Motivazione intrinseca: perché nasce dall’interno
La Self-Determination Theory di Deci e Ryan distingue tra motivazione estrinseca (premi, voti, punizioni) e motivazione intrinseca, che nasce dal piacere di imparare e dal sentirsi competenti.
Secondo questa teoria, tre bisogni psicologici fondamentali sostengono la motivazione:
- Autonomia (sentirsi agenti delle proprie scelte)
- Competenza (sentirsi capaci)
- Relazione (sentirsi connessi e supportati)
Quando questi bisogni sono soddisfatti, il bambino è naturalmente portato a impegnarsi.
Quando il processo conta più del risultato, la motivazione trova spazio per crescere.
Autoefficacia: “Posso farcela”
Albert Bandura ha mostrato come ciò che guida l’azione non sia solo la competenza reale, ma la percezione di efficacia personale.
Un bambino che crede di poter riuscire affronta le sfide con maggiore perseveranza, tollera meglio l’errore e impara di più.
L’autoefficacia si costruisce attraverso:
- esperienze di successo realistiche,
- modelli significativi,
- feedback incoraggianti e specifici.
Dire “sei intelligente” è meno utile di “hai trovato una buona strategia” o “hai insistito anche quando era difficile”.
Imparare non significa riuscire subito, ma restare in relazione con ciò che ancora non sappiamo fare.
Il ruolo del mindset
La psicologa Carol Dweck ha introdotto il concetto di mindset (o forma mentis) per descrivere il modo in cui le persone percepiscono le proprie capacità. Le sue ricerche mostrano come questa visione influenzi profondamente l’apprendimento, la motivazione e la capacità di affrontare le difficoltà.
Secondo Dweck, esistono due atteggiamenti principali verso l’apprendimento e le sfide.
Chi sviluppa un mindset dinamico (growth mindset) considera le abilità come qualcosa che può evolvere nel tempo. L’impegno, l’esercizio e l’esperienza diventano strumenti di crescita. In questa prospettiva, l’errore non è un fallimento personale, ma una fonte di informazioni utili per migliorare.
Al contrario, un mindset statico (fixed mindset) si basa sull’idea che intelligenza e talento siano doti innate e immutabili. Questo porta spesso a evitare le sfide per paura di sbagliare e a vivere lo sforzo come segnale di incapacità. Il successo conferma il valore personale, mentre l’errore viene percepito come una definizione definitiva di sé.
I bambini con mindset di crescita imparano presto che sbagliare non significa “non essere capaci”, ma trovarsi in una fase del percorso. Questo atteggiamento non nasce spontaneamente: si costruisce soprattutto attraverso il linguaggio e le aspettative degli adulti di riferimento.
Il modo in cui parliamo dell’errore diventa il modo in cui i bambini parlano a sé stessi.
Il Potere del “Non Ancora”
Uno dei concetti più noti introdotti da Dweck è quello del “non ancora” (“not yet“). Dire “non so farlo” chiude la possibilità di apprendere; dire “non so ancora farlo” mantiene aperto il processo. Questo piccolo cambiamento di linguaggio sposta l’attenzione dal giudizio al percorso.
Allo stesso modo, valorizzare l’impegno, le strategie adottate e la perseveranza — più che il talento o l’intelligenza — aiuta i bambini a sviluppare una relazione più sana con l’apprendimento.
Una mentalità orientata alla crescita non riguarda solo la scuola: sostiene la capacità di affrontare sfide nello sport, nel lavoro e nelle relazioni, perché insegna che migliorare è possibile e che l’errore fa parte del cammino.
Quel “non ancora” tiene aperta la possibilità di imparare.
La crescita inizia quando l’errore smette di dire chi siamo
e inizia a dire dove possiamo andare.
Fonti
- Deci, E. L. & Ryan, R. M. – Self-Determination Theory
- Bandura, A. – Self-efficacy
- Dweck, C. – Mindset
