
Teacher’s Insight
Ci sono momenti, nel dialogo tra adulti che si occupano di bambini, in cui sembra di parlare lingue diverse.
Un insegnante segnala una difficoltà, un genitore risponde con orgoglio: “Fa tutto da solo.”
Un’osservazione sul lavoro a casa incontra un’altra frase, spesso detta con convinzione: “Sto cercando di dargli più libertà.”
Dietro queste parole non c’è disinteresse. C’è il desiderio sincero di fare la cosa giusta.
Questo articolo nasce proprio da qui: non per dire cosa è “giusto” o “sbagliato”, ma per aiutare a fare chiarezza, così che ogni adulto possa sostenere meglio i bambini nel loro percorso di crescita.
La responsabilità non è una colpa
Quando si parla di responsabilità genitoriale, molti adulti sentono subito il peso del giudizio. Ma responsabilità non significa controllo rigido, né pressione costante. Significa, prima di tutto, presenza consapevole.
Dal punto di vista legale, questo concetto è espresso in modo molto chiaro dall’articolo 30 della Costituzione italiana, che afferma che è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli.
Non si tratta di una scelta personale o di uno stile educativo,
ma di una funzione riconosciuta e tutelata dalla legge.
Il ruolo degli adulti, oltre le buone intenzioni
Educare non vuol dire fare i compiti al posto dei figli, ma nemmeno significa voltarsi dall’altra parte sperando che “se la cavino da soli”.
Il Codice Civile (art. 147) specifica che i genitori hanno il dovere di:
- seguire il percorso educativo,
- vigilare sulla crescita,
- assistere moralmente,
- accompagnare lo sviluppo delle competenze.
Assistere moralmente è un’espressione centrale, e spesso poco compresa. Non significa fare prediche, né imporre valori dall’alto. Significa offrire una guida adulta, aiutare il bambino a orientarsi quando è in difficoltà, sostenere le scelte faticose, dare parole e confini quando ancora non riesce a costruirli da solo.
L’assistenza morale include, ad esempio:
- interessarsi a ciò che accade a scuola,
- accorgersi quando emergono difficoltà nello studio o nel comportamento,
- aiutare il bambino a comprendere le conseguenze delle proprie azioni,
- restare presenti anche quando il figlio “vorrebbe fare da solo”.
Vigilare, in questo senso, è sapere cosa succede, fare domande, esserci come riferimento stabile.
Perché questa precisazione è fondamentale
Dal punto di vista giuridico, l’assistenza morale:
- non è opzionale,
- non viene meno con l’età (cambia forma, ma resta),
- non può essere sostituita dalla sola “libertà”.
Dal punto di vista educativo, è ciò che permette al bambino di:
- interiorizzare regole,
- sviluppare senso di responsabilità,
- costruire una vera autonomia.
Un bambino può imparare a “fare da solo” solo se c’è un adulto che sa cosa sta succedendo davvero e che, se necessario, è pronto a intervenire.
Autonomia: una conquista, non un punto di partenza
L’autonomia è uno degli obiettivi più importanti dell’educazione.
Ma l’autonomia non nasce dall’assenza, nasce da una presenza che, col tempo, si alleggerisce.
Dal punto di vista legale e educativo, un bambino non è considerato autonomo perché nessuno lo segue, ma perché:
- è stato accompagnato,
- ha avuto confini chiari,
- ha potuto interiorizzare una struttura.
Quando un adulto dice: “So che non studia, ma voglio lasciarlo libero” non sta facendo qualcosa di sbagliato per intenzione, ma rischia di confondere libertà con solitudine educativa.
Un bambino diventa autonomo non quando l’adulto scompare,
ma quando può interiorizzarne la presenza.
Perché questo riguarda anche il rapporto con chi accompagna l’apprendimento
Quando un insegnante segnala una difficoltà, non sta chiedendo più compiti, più pressione o maggiore severità. Sta cercando un’alleanza educativa, cioè una collaborazione tra adulti che hanno, da ruoli diversi, a cuore lo stesso bambino.
Il sistema educativo italiano si basa proprio su questa idea: la crescita non è mai un percorso solitario, e per questo la legge presuppone un dialogo tra scuola e famiglia.
Strumenti come il Patto educativo di corresponsabilità nascono per rendere espliciti diritti, doveri e modalità di comunicazione, partendo dal presupposto che quando gli adulti si parlano, i bambini stanno meglio.
Questo principio non vale solo nella scuola tradizionale. Vale ogni volta che un adulto accompagna un bambino in un percorso educativo strutturato — anche quando si tratta di un programma privato, scelto liberamente dalla famiglia.
In questi contesti, il dialogo tra educatore e genitori non è un’ingerenza, ma una condizione necessaria perché il percorso funzioni. Senza uno scambio minimo di informazioni, nessun intervento educativo può essere davvero mirato, coerente o rispettoso dei tempi del bambino.
Dire “non so cosa succede, non glielo chiedo” spesso nasce dal desiderio di rispettare l’autonomia.
Ma, nella pratica, rischia di lasciare il bambino senza una rete adulta coordinata, in cui ciascun adulto conosce il proprio ruolo e collabora con gli altri.
L’obiettivo è costruire continuità.
Quando famiglia ed educatori condividono informazioni essenziali, il bambino non è più solo a gestire le difficoltà: si sente sostenuto, contenuto e accompagnato.
Una responsabilità che si costruisce insieme
Questo non è un invito a essere perfetti. È piuttosto un invito a esserci in modo consapevole, con la presenza che serve davvero ai bambini in ogni fase della loro crescita.
La legge non chiede ai genitori di sapere tutto. Chiede di esserci abbastanza perché i bambini possano, nel tempo:
- sentirsi visti,
- sentirsi sostenuti,
- sentirsi guidati mentre imparano, passo dopo passo, a guidarsi da soli.
Quando il ruolo dell’adulto è chiaro, anche i bambini si sentono più sicuri. E quando i ruoli sono chiari, la collaborazione tra genitori ed educatori diventa possibile, naturale, efficace.
Non perché qualcuno debba “fare di più”, ma perché si cammina nella stessa direzione, con un obiettivo condiviso: la crescita serena dei figli.
